(tratto dal quotidiano Avvenire)

Intervista a Krzysztof Meissner

Krzysztof Meissner

Krzysztof Meissner

«La presenza di leggi universali per me è più che un indizio, quasi una prova di una realtà trascendente Però non dobbiamo tirare in ballo l’intervento divino per colmare le lacune della nostra conoscenza». Parla il fisico polacco Meissner

DI ANDREA GALLI

« Tra scienziati, anche in privato, capita molto raramente di parlare di filosofia o teologia. C’è molto pudore ad affrontare certi temi».

Krzysztof Meissner, 52 anni, do­cente di fisica teorica all’università di Varsavia, è uno dei massimi stu­diosi di fisica delle particelle in Eu­ropa, ha lavorato nei più impor­tanti centri di ricerca al mondo, da Harvard, all’École polytechnique di Parigi, al Cern di Ginevra. Per cui, quando confessa di sentirsi spesso frustrato dalla mancanza di spazi di confronto con i propri col­leghi sulle domande ultime che fanno da sfondo allo scavo scienti­fico, lo fa a ragion veduta. Anche per questo è uno dei partecipanti più convinti al “Cortile del dialo­go”, l’appuntamento mutuato dal Cortile dei gentili che si tiene oggi e domani a Varsavia, organizzato dall’arcidiocesi con il patrocinio del Pontificio Consiglio della cul­tura. Evento che sarà aperto dal cardinale Gianfranco Ravasi – do­mani porterà il suo saluto anche il presidente della Repubblica Bro­nislaw Komorowski – e a cui parte­cipano nomi prestigiosi della cul­tura polacca, come il sacerdote e cosmologo Michael Heller, il filo­sofo Piotr Gutowski , lo storico Krzysztof Pomian, il sociologo An­drzej Zybertowic. Meissner attual­mente sta lavorando insieme al fi­sico Hermann Nicolai, del Max Planck Institut Potsdam, a una versione “allargata” della teoria standard dell’universo, alla ricerca di una seconda «particella di Dio», dopo il Bosone di Higgs. Una sfida vertiginosa, più che ambiziosa. Il bisogno di ricongiungere in qual­che modo sapere scientifico e u­manistico non lo lascia mai, anche per il fatto che l’apertura intellet­tuale è nel suo nel Dna. Suo bi­snonno materno era Wincenty Lu­toslawski, che stabilì la cronologia delle opere di Platone con un’ana­lisi stilometrica dei testi, marito a sua volta della poetessa spagnola Sofia Casanova. Cugino di sua nonna materna era il grande com­positore e direttore d’orchestra Wi­told Lutoslawski. Ma l’elenco degli intellettuali, politici e artisti in fa­miglia è sorprendentemente lun­go.

Professor Meissner, qual è la diffe­renza tra uno scienziato credente e uno no?

«Nel modo di fare ricerca, nessu­na. Entrambi usano gli stessi mez­zi, usano la stessa matematica. La differenza è nell’approccio al risul­tato finale. Le leggi che governano l’universo si rivelano sempre sem­plici, eleganti, con un che di per­fetto nella loro essenza. Se uno non crede in Dio constata questa perfezione e si ferma lì. Se uno è credente non può non vedervi un riflesso della perfezione di Dio.

Quello che cambia è insomma il significato attribuito alle scoperte, l’ottica con cui le possiamo guar­dare e apprezzare».

Tra le porte sul mistero che la scienza apre, qual è la principale per lei?

«È la stessa esistenza di leggi uni­versali. Leggi che sono appunto semplici, eleganti, perfette, a cui rispondono tutte le cose. Un uni­verso sorto dal caso dovrebbe es­sere caotico. Se ci fossero delle leg­gi non potrebbero essere universa­li nel tempo e nello spazio. Potreb­be esserci una certa misura di cor­relazione fra la cose, non di più. La presenza di leggi universali, che è la condizione di possibilità della ricerca scientifica, leggi che non cambiano dal lunedì al mercoledì, è qualcosa di stupefacente, che non smette di sorprendermi dopo tanti anni. La considero più che un indizio, direi quasi una prova della presenza di una realtà trascenden­te, del fatto che c’è qualcosa di più grande del mondo in cui viviamo.

Cosa sia questa trascendenza, se sia un Dio personale o una divinità panteistica, è un quesito per ri­spondere al quale abbiamo biso­gno della fede. Ma, ripeto, che ci sia una dimensione che trascende il nostro mondo, per me come scienziato è evidente».

C’è chi cerca di vedere anche nella fisica quantistica lo spazio per un «ritorno di Dio». Lei cosa ne pen­sa?

«Penso che non dobbiamo tirare in ballo l’intervento divino per col­mare le lacune della nostra cono­scenza. Ma una cosa va detta. Fino alla fine del XIX secolo è stata do­minante una visione della scienza, originatasi anche per influsso del­la Rivoluzione francese, fortemen­te deterministica. Si era convinti che conoscendo le condizioni del mondo in un dato momento sa­rebbe stato possibile ricostruirne il passato e anticiparne il futuro. C’è chi voleva persino chiudere le fa­coltà di fisica, perché da allora in poi sarebbero state sufficienti quelle di ingegneria… Un determi­nismo che riguardava anche l’uo­mo. Ogni fenomeno era ritenuto spiegabile e prevedibile. La fisica quantistica ha spezzato le catene di questo determinismo duro e semplicistico e ha reso il mondo più interessante. Si può dire che abbia anche ricreato le condizioni per riflettere sull’altro grande mi­stero che, secondo me, spinge a considerare l’esistenza di una realtà trascendente e che sfugge al determinismo, il libero arbitrio dell’uomo».

E del Big Bang cosa pensa?

«Sul Big Bang io sarei molto più prudente di altri nel giudicarlo un ‘assist’ della scienza all’esistenza di Dio. Prima di tutto perché non sappiamo se il Big Bang sia real­mente esistito, o meglio: i nostri strumenti di fisica teorica ci per­mettono di capire l’universo solo fino a un certo punto di densità, oltre al quale non possono esserci più di aiuto. Può esserci stato un punto zero, un inizio di tutto, ma non possiamo escludere, andando a ritroso, di entrare in una sorta di tempo negativo, oltre il punto ze­ro. Ho sempre considerato quindi azzardato mettere in parallelo il Big Bang e la Genesi. Anche i cre­denti non dovrebbero mai dimen­ticare che la Bibbia è una verità ri­velata sulla relazione tra l’uomo e Dio, non su quella tra l’uomo e la realtà materiale».