J’accuse. Edonisti, immaturi, infantili, gli adulti sono concentrati sulla loro libertà e nei fatti risultano incapaci di educare i loro figli. Parla la sociologa Marina D’Amato

«Per renderli autonomi li fanno crescere in fretta. Invece di accudirli scaricano i sensi di colpa organizzando al dettaglio le loro
giornate. Dalle astanterie delle sale parto ai bordo-campo delle scuole calcio mostrano di avere aspettative esasperate che generano ansia da prestazione… e li privano della loro infanzia»

I BAMBINI perduti dei genitori Peter Pan
ROBERTO I. ZANINI Infantile, immaturo, edonista, contraddittorio, concentrato sulla propria libertà, incapace di e­ducare se non alle nevrosi; sempre pronto a di­pingere il proprio figlio come il più bello, il più in­telligente, il più bravo, ma anche a delegare ad al­tri (asilo nido, scuola, sport, videogiochi, inter­net, televisione, parrocchia…) i compiti della cu­ra e dell’attenzione… È il quadro del genitore medio for­nito da Marina D’Amato, docente di Sociologia dell’in­fanzia presso il Dipartimento di Scienze della formazio­ne di Roma 3 (insegna anche a Parigi 8 e all’Université Pa­ris Descartes). Emerge, disperante e crudo, nel suo ulti­mo libro, che però non si occupa di padri e madri, ma di figli: Ci siamo persi i bambini. Perché l’infanzia scompare (Laterza, pagine 175, euro 12,00 ).
L’infanzia scompare perché i veri bambini sono gli adulti?

«Il libro vuole dimostrare che una caratteri­stica essenziale della postmodernità è un a­dulto infantile. Una generazione intera che fa crescere i bambini in fretta e li priva della lo­ro infanzia, rendendoli partecipi e complici delle proprie scelte emotive, psicologiche, so­ciali, economiche, sessuali… Genitori che sca­ricano sui bambini le loro responsabilità di adulti e allo stesso tempo delegano ad altri la cura e l’educazione dei loro figli, pur continuando ad avere nei loro confronti a­spettative esagerate e ansiogene».
Quale dovrebbe essere il ruolo del genitore?

«Il ruolo primario di un genitore, ma anche di un adulto e di un educatore, dovrebbe essere di predisporre a un’in­fanzia alla quale si riconosce la non responsabilità e il tempo necessario per crescere e diventare persona con­sapevole. Invece oggi si attribuiscono ai bimbi ruoli di a­dulti in funzione del disagio che creano ai genitori re­stando bambini. Così le mamme si vestono come le fi­glie pensando di non invecchiare ed essere loro ami­che. Così i padri diventano i giocattoli dei figli, imper­sonificano i personaggi dei cartoni… Ma un vero geni­tore può essere un alleato dei propri figli, non un com­plice o un amico…».
Con una lunga serie di contraddizioni, come lei evi­denzia
nel libro.
«A parole gli adulti vogliono tutelare i bambini dagli aspetti immorali del proprio mondo, ma nei fatti ve li immergo­no fin da neonati affinché ne assorbano i princìpi e la prassi. Comprano scarpe con i tacchi alti per le figlie di 5 anni, ma sperano che arrivino vergini al matrimonio. Fan­no sfilare i piccoli sulle passerelle della moda e dello spet­tacolo, li offrono seminudi alla pubblicità e poi si indi­gnano contro i pedofili. Vogliono figli magri e atletici, ma li rimpinzano di cibo per sopperire alle loro mancanze. Rendono prevedibili le loro fantasie con giochi che non consentono di inventarne di nuovi. Li inondano di gad­get che esaudiscono il piacere di un istante e ne motiva­no un altro, asservendo al mercato e alla cultura domi­nante… ».
Adulti come adolescenti?

«Sì. Anche nel modo di condividere i problemi. Nei blog le mamme scambiano foto, chiedono aiuto ad altre mam­me senza rendersi conto che in questo modo espongo­no al pubblico ludibrio i figli con i loro capricci, i loro pro­blemi, le loro nudità… E quei figli, da grandi, saranno sve­lati nell’intimità senza il diritto di tenerla celata. Nessu­na di queste mamme chiede consiglio alla propria ma­dre, ma si affidano a persone delle quali non conoscono l’affidabilità, aprendo i cuori, raccontando cose privatis­sime… Viene da pensare che non interessi il problema, ma la loro voglia di apparire».
E raccontano anche di quanto siano perfetti e inarriva­bili
i loro figli?
«A questo proposito è significativa una piccola ricerca che ho fatto personalmente visitando decine di astante­rie di sale parto in tutta Italia. Sui muri, sui mobili da qual­che tempo compaiono le scritte dei padri e dei parenti che nell’attesa sfogano l’ansia inneggiando al nascituro e ri­flettendo su di esso le proprie aspettative: da ‘Sta per na­scere miss universo’ a ‘Forza Roma. Benevenuto picco­lo ultrà’, da ‘Sei un toro… tutte le donne ai tuoi piedi’, a ‘Sono Giovanni, datemi il Nobel’… Così il desiderio di un figlio ‘capolavoro’, che deve sempre avere ‘un di più’ ri­spetto agli altri, trascende l’accoglienza per una nuova persona, per quello che è e per quello che deve essere aiutata a diventare».
Questa si chiama ansia da prestazione.

«Basta andare ad assistere agli allenamenti o alle partite delle scuole calcio per capire. Ci sono genito­ri che si urlano contro e incitano i loro figli a prestazioni inarrivabili. In questo modo gli a­dulti predispongono i bambini a future ne­vrosi e forniscono a se stessi l’alibi che questa loro preoccupazione per il futuro sportivo del figlio sostituisca la cura, l’attenzione, l’ascol­to necessari per la sua vera crescita. Allo stes­so modo genitori sempre più performanti or­ganizzano nel dettaglio la vita dei loro figli, de­legando baby sitter, asili nido, associazioni cul­turali, scuola a tempo pieno e via dicendo. So­no genitori che si preoccupano di tutto, ma de­legano tutto. Del resto è molto più facile essere preoccu­pati che attenti. E se ci sono delle colpe queste vengono cercate negli altri: quando nella scuola, quando nei com­pagni di classe, quando negli insegnanti o nel mister che non capiscono le grandi potenzialità del bambino; quan­do nella tv o in internet che annebbiano il cervello e ren­dono aggressivi, ma di fronte ai quali i loro figli sono la­sciati pomeriggi interi. Prestare attenzione, accudire si­gnifica farsi carico dei tempi e dei ritmi dell’infanzia; vi­ceversa organizzare nel dettaglio la giornata dei piccoli si­gnifica definirla egoisticamente in base alle proprie esi­genze, che poi funzionano come alibi in risposta ai sen­si di colpa. Un po’, forse, come quelli di Rousseau, che scriveva Emilio e aveva abbandonato i suoi otto figli in or­fanotrofio, o come Maria Montessori che per vari motivi non ha cresciuto il suo unico figlio».

(tratto dal quotidiano Avvenire)