«Le manipolazioni pongono anche problemi scientifici: la maggioranza dei geni che inducono gravi malattie proteggono pure da altre patologie…
In genere, nessuno è buono o cattivo in assoluto e le loro funzioni ci sono ancora in gran parte sconosciute.
Dunque facciamo gli apprendisti stregoni facendo finta di sapere tutto»

 

DANIELE ZAPPALÀ

PARIGI
Biologo specializzato nella riproduzione umana e a­nimale, già direttore di ricerca del noto laboratorio transalpino Inserm, nonché ex presidente della Com­missione francese per lo sviluppo sostenibile, «ateo e di sinistra», Jacques Testart divenne celebre nel 1982 come padre scientifico del primo «bambino in pro­vetta » d’Oltralpe. Da allora, pur non rinnegando quel­­l’atto tecnico che al contempo non considera come «una grande prodezza scientifica», Testart ha dedicato molti libri alla denun­cia delle crescenti derive della tecno­scienza nel campo della salute e della ri­produzione umana. Se per lui la maternità surrogata è una semplice pratica sociale equivalente né più né meno alla «schia­vitù », le sue critiche della tecnoscienza in senso stretto sono state appena precisate e riassunte in Faire des enfants demain («Far bambini domani», Seuil), saggio di grande chiarezza concepito per svegliare dal sonno dogmatico scientista una Fran­cia ancora profondamente influenzata dal­l’ideologia positivista. 

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Lei denuncia la diffusione di un «eugeni­smo democratico». Cosa intende?

«Rispetto all’eugenismo storico, doloroso e autoritario, si estende oggi un eugeni­smo consensuale, nel senso che sono le stesse persone a chiedere di avere un bam­bino normale, eliminando presunti em­brioni anormali. In Europa, il fenomeno è cominciato con la fecondazione in vitro e la scelta del donatore di gameti maschili da parte del medico. Ciò era presentato co­me un atto generoso, dato che la scelta e­ra di concepire bambini non malati e simili al padre. Ma si trattava già della scelta di un padre senza che i genitori potessero in­tervenire e senza che il bambino potesse incontrare un giorno il padre biologico. Nel dopoguerra si erano viste forme di eu­genismo pure in Estremo Oriente, in Giappone e a Singapore, ad esempio con l’offerta di una casa o di un’auto in ca­so di matrimonio fra laureati, secondo l’idea stupida che l’università prova l’in­telligenza e che far sposare i laureati fra loro giova alla crescita del Paese. Oggi, dappertutto, il fenomeno esplode con le banche di gameti e la selezione degli embrioni».

C’è a suo avviso il rischio di «modellare un’altra umanità». Non è una previsione troppo pessimista?

»Per il momento, la fecondazione in vitro è un processo doloro­so per le donne. Ma se queste tecniche dovessero semplificarsi e generalizzarsi in futuro, come mi pare probabile, le coppie chie­deranno tutte la stessa cosa, ovvero una sorta di bambino per­fetto secondo i canoni dell’epoca che tenderanno a imporsi su scala internazionale. Si scivolerà così in una sorta di clonazione sociale, senza passare per la clonazione in senso tecnico. Si eli­mineranno alcuni caratteri dell’umanità di oggi, con l’idea che i nuovi caratteri sono superiori e vantaggiosi».

Accanto a enormi dilemmi etici, questa normalizzazione dei ge­nomi presenta già zone d’ombra strettamente scientifiche?

«La maggioranza dei geni che inducono gravi patologie proteg­gono pure da altre patologie. In genere, non c’è un gene buono o cattivo in assoluto. Ci sono geni che hanno azioni varie e an­cora in gran parte sconosciute. Non conosciamo le interazioni fra i geni. Dunque, facciamo gli apprendisti stregoni facendo finta di sapere tutto. La maggioranza dei geni influenzano centinaia di caratteri, patologici o meno, in un modo che non conosciamo. In più, sono influenzati dall’ambiente, con i fattori epigenetici. Non sappiamo affatto dove stiamo andando. Evoco Darwin per ricordare che, secondo le leggi dell’evoluzione, sappiamo che u­na specie sopravvive, nei periodi di crisi e di catastrofe, solo gra­zie a genomi vari. In una popolazione, ci sono così individui ca­paci di resistere. L’esempio più noto è quello della peste nel Me­dioevo. Nei villaggi il 30% degli individui riuscì a sopravvivere, certamente per ragioni genetiche che del resto non conosciamo ancora. Con il cambiamento climatico, potrebbero pre­sto propagarsi nuove malattie che ci tro­veranno impreparati o impotenti. E in questo contesto fabbricare individui ge­neticamente simili rischia di firmare la morte della specie nel volgere di due o tre secoli».

Lei critica certe tendenze della medicina. In campo procreativo, sta uscendo dal proprio perimetro di legittimità?

«In modo molto netto. Quando ad esem­pio i ginecologi francesi chiedono di con­gelare gli ovociti di donne che non hanno alcun problema ma che per ragioni di car­riera o altro non vogliono far bambini da giovani, è evidente che non si tratta di un problema medico. È una questione socia­le. Si può ad esempio imporre al datore di lavoro di non impedire l’ascensione pro­fessionale delle donne con bambini. Non spetta ai medici risolvere la situazione con simili artifici. In parallelo, è anche vero che in Francia oggi il 25% delle coppie che chiedono una fecondazione in vitro non ne ha davvero bisogno. Basterebbe attende­re un po’».

Questi abusi si fondano talora su una vi­sione discutibile o distorta dell’ugua­glianza?

«Certo, ad esempio proprio nel caso delle donne che chiedono di congelare i propri ovociti. Si invoca una presunta disugua­glianza rispetto agli uomini, che restano teoricamente fertili durante tutta la vita. I ginecologi pretendono di compensare questa disuguaglianza con la tecnica».

Le vecchie tentazioni prometeiche umane si associano oggi a lo­giche mercantiliste su grande scala?

«Esattamente. C’è una convergenza e ben pochi politici se ne rendono conto. Fra questi, i soli che capiscono quanto dico e re­sistono un po’ sono i cattolici. Personalmente, ciò mi affligge. So­no un uomo di sinistra e mi espongo agli sberleffi dei miei ami­ci quando racconto ciò. Non vogliono neppure parlarne».

Anche fra i pensatori che lei cita molti sono cristiani, come Ivan Illich o Jacques Ellul…

«In proposito, mi dico che non si sfugge alla propria cultura. Non ho affatto ricevuto un’educazione religiosa, ma appartengo alla cultura giudeo-cristiana, senza essere direttamente un giudeo­cristiano. E poi, constato che le grandi religioni non hanno con­cepito per caso certe proposte comuni per il bene dell’umanità. È in questo modo che si può riuscire a vivere in società, anche se storicamente vi è stato forse in ciò pure dell’opportunismo».

tratto dal quotidiano Avvenire