INTERVISTA. Il teologo Giuseppe Tanzella-Nitti interviene nel dibattito sul male originario: «Sappiamo che qualcosa in noi non funziona»

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«Il racconto biblico allude al mistero di una libertà male esercitata dall’uomo. Per questo siamo incapaci di mantenere la promessa per la quale siamo stati creati»

DI ANDREA GALLI

« Certi nuovi teologi mettono in dubbio il peccato originale, che è la sola parte del cristianesimo che può essere veramente provata».

Così scriveva più di un secolo fa, con il suo gusto del paradosso, Gil­bert Keith Chesterton. E così la pensa don Giuseppe Tanzella-Nitti, ordinario di teologia fondamentale alla Pontificia Università della San­ta Croce., anche sulla scorta del di­battito fra Vito Mancuso e Pieran­gelo Sequeri che «Avvenire» ha o­spitato lo scorso 27 ottobre.

Professor Tanzella-Nitti, il peccato originale è da considerarsi un ac­cadimento misterioso avvenuto nella storia o un mito pedagogico che la Chiesa ha elaborato per spiegare l’inclinazione al male del­l’uomo e non è da riferirsi a un fat­to reale?

«L’esistenza di un peccato all’origi­ne del genere umano si accorda con quanto l’uomo può verificare empiricamente, nella storia dei po­poli e nella sua esistenza persona­le. È paradossale che un essere in­telligente, capace di pensiero filo­sofico e di progresso tecnico-scien­tifico, che se volesse potrebbe im­piegare le proprie risorse e la pro­pria intelligenza per aumentare la qualità di vita dei popoli, eliminan­do tante sofferenze e cooperando come in una sola famiglia, applichi invece il suo genio e la sua raziona­lità per combattere, distruggere, u­miliare e uccidere. Non si tratta di un retaggio della nostra biologia a­nimale: ad essere onesti è molto di peggio. Non è pura bestialità, ma intelligenza che concepisce il male e lo persegue razionalmente. Qual­cosa non funziona in noi. Mentre gli altri animali suonano sempre con lo stesso registro, noi siamo ca­paci di interpretare le note più su­blimi e quelle più ignobili. Qualco­sa è misteriosamente avvenuto alle origini e qualcosa continua ad av­venire in ognuno di noi: siamo de­positari di una promessa maggiore di quanto siamo capaci di mettere in pratica. Il testo sacro può essersi servito anche del linguaggio del mito per trasmettere questa verità originaria, ma essa rimane tanto reale quanto l’esperienza quotidia­na di ciascuno, come già osservava il poeta pagano Ovidio: video me­liora proboque, deteriora sequor ».

Il Catechismo della Chiesa Cattoli­ca afferma però che «la dottrina della Chiesa sulla trasmissione del peccato originale è andata preci­sandosi soprattutto nel V secolo, in particolare sotto la spinta della ri­flessione di sant’Agostino contro il pelagianesimo». Uno potrebbe di­re che la fondazione biblica di questa verità è debole e la Chiesa ci abbia ricamato sopra.

«È normale che in alcune epoche possa esserci sproporzione fra lo sviluppo teologico di una dottrina e la sua controparte biblica, perché la prima dipende dal contesto sto­rico in cui ci si muove. Ed è norma­le che la riflessione sul peccato e sulla redenzione sia maggiore nel cristianesimo che non nell’ebrai­smo, perché è Cristo ad aver vinto il peccato sulla croce. Oltre a Genesi 3, l’idea che “il peccato è entrato nel mondo” è nota ai libri sapien­ziali, alla Lettera ai Romani, ma so­prattutto Gesù ci fa capire che ‘in principio non era così’. Nel parlare del peccato originale, la Scrittura parla anche, in modo paradigmati­co, del peccato in genere, indican­do il mistero di chi, rifiutando Dio, vuol mettersi al Suo posto. La dot­trina sul peccato originale va vista entro l’intera realtà, drammatica, del peccato, non qualcosa che pos­siamo estrarre e misurare con le pinzette da laboratorio. Il Magiste­ro va considerato nel suo insieme, con la dovuta ermeneutica. La pre­sentazione autorevole oggi più fruibile circa l’esistenza di un pec­cato di origine è quella offertaci dalla Gaudium et spes al numero 13 , che invito a rileggere con atten­zione.

È giusto dire che con il peccato ori­ginale nasciamo tutti “peccatori” e che ogni bimbo nasce in uno stato di “inimicizia con Dio”?

«Si tratta di capirsi sul significato dei termini. Il termine inimicizia pone l’enfasi sulla gravità del pec­cato, in genere, e non intende umi­liare nessuno, tanto meno i bambi­ni che sono sempre creature predi­lette da Dio. L’inimicizia fa riferi­mento alla colpa (che non c’è nel peccato originale storicamente tra­smesso) piuttosto che alla pena. Se la colpa (rifiuto di Dio) può causare inimicizia, la pena (beni perduti) causa piuttosto misericordia come lo stesso linguaggio comune ci ri­corda. La storia dei nostri peccati, e dunque anche del peccato origina­le, più che rivelare l’ira di Dio, rive­la la sua misericordia».

Qual è il grado di assenso che è ri­chiesto a un cattolico riguardo al peccato originale? Detto altrimen­ti, si può essere cattolici e non cre­dere al peccato originale nei termi­ni in cui è definito dal Magistero?

«Il peccato originale non compare nei Simboli della fede, ma viene considerato fra gli insegnamenti contenuti esplicitamente nella Ri­velazione, al pari dei dogmi cristo­logici: così lo ha inteso la Chiesa nei secoli e così lo intende ancora il documento del 1998 della Congre­gazione per la dottrina della fede

Inde ab ipsis primordiis. A questo tipo di insegnamenti (il primo e più importante dei tre tipi indicati da quel documento) ogni fedele deve assentire con fede teologale. Il nu­cleo della verità da credere è ben e­spresso dal citato passo della Gau­dium et spes, il numero 13: il pecca­to ha fatto ingresso storicamente nel mondo a motivo di una libertà male esercitata da parte dell’uomo e ciò ha recato con sé delle conse­guenze. L’esegesi biblica e le nostre conoscenze paleoantropologiche ci aiuteranno, se possibile, ad espli­citare meglio il contesto di quanto crediamo, ma non rimuoveranno la sua necessità per comprendere quale sia la nostra condizione sto­rica di fronte a Dio. Dove ciò sia av­venuto, quando e come; o quali precise conseguenze abbia deter­minato sulla nostra natura, se fa­cendoci perdere qualcosa che già avevamo o impedendoci di ottene­re ciò a cui eravamo chiamati, il Magistero solenne della Chiesa non lo definisce e la teologia può e­splorarlo solo fino ad un certo pun­to. Appartiene al mistero delle ori­gini, come il mistero della stessa creazione. Un mistero che può es­serci solo narrato».

(tratto dal quotidiano Avvenire)