Stavolta il cardinale Gianfranco Ravasi – già ben noto per le sue opere esegetiche su personaggi biblici come Giobbe o Qoelet – ha scelto di soffermarsi su un protagonista umile per eccellenza, eppure tanto importante nell’economia biblica: «Giuseppe. Il padre di Gesù» (San Paolo, pp. 128 , euro 14). Il nuovo volume propone un’analisi essenziale ma anche molto puntuale della figura evangelica, discreta e silenziosa, del padre legale di Gesù. Ogni capitolo esamina gli episodi che lo vedono implicato, dall’annunciazione alla fuga in Egitto, senza escludere le varie ipotesi che – sulla base di apocrifi (tra cui l’antica «Storia di Giuseppe il falegname») e di tradizioni espresse anche nell’arte – sono state elevate sulla vita “nascosta” di Giuseppe. In questa pagina riportiamo l’analisi cui il presidente del Pontificio Consiglio della Cultura (nella foto) sottopone le teorie che ultimamente volevano iscrivere il padre di Gesù alla media borghesia del suo tempo.Ci soffermiamo su una sola parola: quella che nei vangeli definisce la professione di Giuseppe e dello stesso Gesù, prima del suo ministero biblico. Attorno a questa parola greca, téktôn, si è accesa una polemica tra chi vorrebbe continuare a classificare Gesù e la sua famiglia nella categoria della povertà e chi, invece, vorrebbe promuoverla al rango di media borghesia, soprattutto in vista dei vari tentativi di raccordare capitalismo «misericordioso» e cristianesimo.Ora, è da notare che il primo a definire Gesù un téktôn (e spiegheremo ovviamente che cosa significhi) è Marco che, in occasione di una visita a Nazaret, osserva che i concittadini ironicamente si chiedono: «Non è egli il téktôn, il figlio di Maria?» (6,3). Matteo, che probabilmente si trova a disagio con questo sarcasmo e con questo titolo, riprende il racconto di Marco, ma con una curiosa variante: «Non è egli [Gesù] il figlio del téktôn?» (13,55). Com’è evidente, qui è Giuseppe ad essere iscritto a questa professione. Che la cosa non fosse molto esaltante è confermato anche da Luca che, molto più asetticamente, trasforma così la domanda: «Costui non è il figlio di Giuseppe?» (4,22).
A questo punto, per definire lo statuto sociale di Gesù e del suo padre ufficiale è necessario studiare non solo il vocabolo in questione, ma anche le coordinate socio-economiche della Palestina di quell’epoca. Il termine téktôn di per sé indica il falegname o il carpentiere, «colui che esercita il suo mestiere con un materiale duro che conserva la sua durezza durante la lavorazione, per esempio legno, pietra, corno, avorio», come scrive Richard A. Batey in un saggio scientifico sul vocabolo in questione (non sarebbe, allora, corretta la resa «fabbro»). Le antiche versioni siriaca e copta dei vangeli, i Padri greci della Chiesa, la tradizione popolare e iconografica, hanno optato per la traduzione «falegname».
Se, dunque, stiamo all’accezione più comune e fondata sopra descritta, ci possiamo ora chiedere: essere téktôn significava appartenere all’ultimo livello della scala sociale, per cui Cristo era sostanzialmente un povero e un indigente? Naturalmente la nostra risposta prescinde dal suo successivo insegnamento radicale e «utopico» nei confronti della ricchezza, insegnamento che spesso è sbrigativamente liquidato o «smitizzato» da certi alfieri del connubio tra capitalismo e cristianesimo.
b) al livello opposto, il più basso, erano collocati invece i lavoratori a giornata (si ricordi la parabola di Matteo 20,1-16), i braccianti e quello che Sean Freyne, nella sua opera sulla «Galilea da Alessandro il Grande ad Adriano» (Galilee from Alexander the Great to Hadrian), pubblicata in America nel 1980, chiama «il proletariato rurale»;
l’abisso era raggiunto dagli schiavi per debiti, costretti a un pesante lavoro agricolo nei latifondi; essi, però, costituivano un’entità molto ridotta.
La categoria del téktôn, come quella prevalente dei piccoli coltivatori e dei pescatori – alla cui cultura Gesù attingerà spesso nella sua predicazione, elaborandone immagini e comportamenti –, si collocava a un livello intermedio tra quei due estremi, ma con una tendenza verso il basso. Perciò non ha alcun senso applicare alla famiglia di Gesù la classificazione di middle class, che negli Stati Uniti ha un valore molto più alto nella scala sociale, né quella di borghesia a cui siamo abituati.
Con molta fantasia c’è stato chi, come G. Wesley Buchanan, in un articolo apparso nel 1965 sulla rivista Novum Testamentum è arrivato al punto di immaginare Gesù come un amministratore commerciale che sovrintendeva agli operai di un’impresa di costruzioni (il titolo era significativo: Jesus and the Upper Class)! In realtà la famiglia di Gesù non era povera in senso stretto, ridotta alla miseria degli schiavi o all’aleatorietà economica dei lavoranti a giornata, ma neppure era da ricondurre alla nostra borghesia commerciale, piccola o media che sia. Si trattava di un tenore di vita decoroso ma modesto, legato per il contadino alle mutazioni climatiche e al mercato e per il falegname-carpentiere-artigiano alle commissioni, all’incremento edilizio e all’inflazione, per non parlare delle tassazioni gravose, sia civili sia religiose.